Benjamin Clementine e Somi: più che semplici promesse.

«Sono un animale» ha detto anni fa Benjamin Clementine in un’intervista in cui spiegava il gusto - «animalistico» appunto - di pestare a piedi nudi i pedali del pianoforte o quelli di un’auto. Quando mercoledì sera il londinese Benjamin Clementine, trentenne, ha danzato circondato dal fumo della smoke machine intorno al gruppo di manichini piazzati sul palco pareva di assistere a una specie di sabba, di rituale musicale officiato da questo spilungone nero, tutto vestito di bianco, con un ciuffo che ricorda quello di Elvis, lo sguardo sornione, l’atteggiamento ironico e la voce tenorile. Quella di mercoledì all’Arena Santa Giuliana sarà ricordata come una delle notti migliori di questa edizione di Umbria Jazz e sicuramente tra quelle più belle degli ultimi anni. 
Sul palco dopo la splendida esibizione di Somi è salito il 30enne musicista e poeta e britannico che, prima di imporsi sulla scena musicale mondiale nel 2013, durante un periodo passato a Parigi tirava su qualche soldo suonando in metropolitana, come i tanti busker che in questi giorni affollano le strade di UJ. Chissà che la capacità di cercare il pubblico - il contatto con esso - e coinvolgerlo non arrivi proprio da lì. La gente dell’Arena Clementine non la vuole seduta: cantato il primo brano, col suo fare sornione («si sta comodi seduti in platea?», «vi auguro ogni bene, godetevi la vita» dice a quelli che vede imboccare le uscite laterali dell’Arena) fa capire che vuole tutti sotto il palco per la celebrazione del rituale; e ovviamente in un attimo sono tutti lì sotto. La performance - l’aspetto teatrale - è un’altra delle chiavi per capire lo spettacolo di mercoledì. 
Sul palco ci sono dei manichini femminili, nudi, mentre tutti gli strumenti (ad accompagnare Clementine Axel Ekerman al basso e Alexis Bossard alla batteria) sono rivolti verso i fantocci di plastica. «One awkward fish»,uno dei brani più interessanti di «I tell a fly» (album del 2017 dal quale ha attinto mercoledì), Clementine lo canta andando a pescare nella profondità della sua voce; poi ci sono «Condolence», «I won’t complain» e «Cornerstone», brani che arrivano dal primo album del 2014, «At least for now», salutato come un capolavoro. A esercitare un’influenza su Clementine molti elementi, dal teatro all’opera, e al pubblico di Umbria Jazz il londinese regala anche una versione di «Caruso» di Lucio Dalla, invitando tutti a cantare con lui. Lui non si dichiara «a jazz player», scherzando al pianoforte su cui accenna note a raffica come un assolo be-bop, ma sul palco improvvisa eccome: lo show, a differenza di altri modello «prendi i soldi e scappa», non è prestampato; letteralmente, è stato uno spettacolo unico, col pubblico tutto in piedi. Da ricordare.
A completare una serata memorabile all’insegna di due giovani voci che per la prima volta arrivano a Umbria Jazz, lo splendido concerto di Somi; una grande sorpresa per quelli che non la conoscevano. Nina Simone, voce alla quale qualcuno ha associato quella di Clementine, è anche uno dei punti di riferimento della newyorkese, 37 anni, originaria dell’Illinois ma da tempo stabilitasi ad Harlem, il quartiere a cui è dedicato uno dei brani più belli della serata, «Like Dakar». Somi porta sul palco una band composta da Toru Dodo al piano, Michael Olatuja al basso, Hervé Samb alla chitarra e Anwar Marshall alla batteria. La cantante (la sua famiglia arriva dal Rwanda e dall’Uganda) attinge da pezzi che arrivano da «Petite Afrique», l’ultimo album pubblicato nel 2017, e da «The Lagos music salon» (del 2014). 
La voce dell’americana e il sound della band rappresentano un innesto tra jazz e sonorità africane. Le radici sono fondamentali per Somi, rivendicate anche, e il set è ad alta intensità emotiva e impegno. Per la gioia del pubblico scorrono «Ginger me slowly», pezzo che arriva dall’esperienza fatta a Lagos, in Nigeria, «The gentry» con al centro il tema della gentrificazione dei quartieri delle metropoli come New York e «Black enough». Partendo dalla sua esperienza personale Somi sottolinea la dignità di tutti i migranti «in questi tempi difficili» e porta l’Africa a New York cantando la condizione di molti. Si prenda ad esempio «Alien», il pezzo che apre «Petite Afrique» che altro non è se non la magnifica rilettura, ricca di tensione, scura, di «I’m an english man in New York» di Sting; è qui che Somi canta il senso di esclusione della comunità africana.