Daniele Di Bonaventura e la sua Band’Uniòn mediterranea:"Il jazz non è più da pensare come swing"

Improvvisazione e tradizione, sonorità mediterranee e incontro fra mondi musicali. È un progetto bifronte Band’Uniòn, in cui Daniele Di Bonaventura e i musicisti della sua band (Marcello Peghin alla chitarra a 10 corde, Felice del Gaudio al contrabbasso e Alfredo Laviano alle percussioni) si riappropriano di molti colori e atmosfere, plasmate attraverso la lezione dell’improvvisazione jazzistica. Un’improvvisazione che assume calore inedito nell’esecuzione per bandoneon, chitarra a dieci corde, contrabbasso e percussioni. Il concerto è andato in scena mercoledì alla Sala Podiani della Galleria nazionale dell’Umbria e Di Bonaventura, dopo i bis, è circondato dai fan. «Oggi - racconta - abbiamo presentato parte del doppio album, che si chiama “Garofani rossi”, incentrato sui canti della resistente e delle rivoluzioni del mondo. Il disco è dedicato a un mio carissimo amico fotografo, Mario Dondero, storico esponente del fotogiornalismo italiano, che ha documentato tutti i più importanti eventi degli ultimi quarant’anni. Viveva a Fermo, nonostante non fosse fermano come me. Eravamo molto amici ed è venuto a mancare due anni fa. L’ho voluto dedicare a lui perché è stato anche partigiano; mi sembrava doveroso e carino farlo».

La formazione è di quelle rodate dato che «suoniamo insieme da 15 anni. È un gruppo con cui ormai facciamo qualsiasi cosa, mi trovo molto bene con loro perché abbiamo la stessa filosofia. È una band molto particolare perché ognuno di loro è in grado di esprimere una particolare caratteristica dello strumento che si incastra perfettamente con i rispettivi gusti estetici. Il sound è molto incentrato sul mondo latino e mediterraneo, non c’è swing in questo gruppo». Di Bonaventura parla di sonorità che ricordano «più il folclore che un altro genere: abbiamo fatto anche pezzi del folk abruzzese e uno che arriva dall’Argentina. Ovviamente il bandoneon è lo strumento tipico del tango, però io non suono tango e mi piace usarlo nella maniera più personale possibile, più “mediterranea” possibile».   

Di Bonaventura e soci hanno trovato quindi la chiave per inserire questo sound mediterraneo all’interno di un festival jazz, una musica che secondo il bandoneonista «non è più da pensare come swing, come il jazz “di Louis Armstrong”. Ormai è un approccio, un modo di fare musica, e in questo progetto è proprio la contaminazione il punto centrale. Il jazz, nei primi anni del Novecento, nasce proprio come contaminazione di vari linguaggi». La strada da percorrere per il musicista marchigiano è quella che porta questo approccio verso la tradizione, provando a far assaporare «un sapore della terra più vicino alle mie origini. Non sono nato in America e non ho fatto studi lì: mi piace prendere questa tecnica dell’improvvisazione, di “meticciare” la musica e farne una cosa mia personale, più legata alla mia terra, senza tradire lo spirito della contaminazione. Questa è la cosa più importante».