David Byrne incanta a UJ

Più di un semplice concerto. Quando il sipario si alza sul palco dell’Arena Santa Giuliana ci sono solo un tavolo e una sedia con sopra il modello di un cervello. Seduto sulla sedia c’è David Byrne, per la prima volta a Umbria Jazz anche se per lui non si tratta della prima a Perugia. Nella memoria di molti infatti ci sono scolpiti due concerti: quello del 1992, quando suonò al Quasar e, sei anni più tardi, al teatro Turreno. «Is it the truth or merely a description?» canta Byrne con un cervello in mano aprendo la serata sulle note di «Here». Il pezzo è uno di quelli contenuti nell’ultimo album, «American Utopia», dal quale arriveranno nel corso della serata tanti altri brani. A colpire immediatamente è il palco, completamente spoglio: sui tre lati delle enormi tende fatte di fili, dalle quali spuntano a turno musicisti e i pochi altri elementi pensati per lo show, come il piccolo lampione a illuminare il volto di Byrne durante «Bullet» o un faro puntato sulla band così da proiettarne in modo netto le ombre.
Attorno all’ex leader dei Talking Heads ci sono 11 elementi (gli strumenti, a mo’ di marching band, sono tutti ancorati al corpo) con una netta prevalenza delle percussioni: due infatti i batteristi e ben quattro i percussionisti, a dare un colore musicale ben definito alla «American utopia» di Byrne. Tutti si muovono e ballano in uno spettacolo coreografato fin nei minimi dettagli, fresco, innovativo; una performance a tutto tondo e un altro segno indelebile lasciato dal 66enne americano di origine scozzese. Su «Once in a lifetime» arriva la svolta finale per quanto riguarda il rapporto col pubblico: all’Arena oltre quattromila i paganti, con la platea tutta seduta e la security a vigilare, rispettando le disposizioni della produzione del tour, su cellulari, macchine fotografiche e posizione delle persone in piedi ai lati del palco. Uno dei pezzi più belli di «Remain in light» viene bloccato di colpo: «Stop, stop the show» grida Byrne puntando il dito verso un punto della platea. Un brevissimo atto di panico. «Security, let them dance and have a good time».
È il punto di svolta della serata: il pubblico si fionda immediatamente sotto il palco dell’Arena, dove rimarrà a cantare e ballare fino alla fine del concerto (in tutto meno di 100 minuti); un qualcosa di liberatorio. Il mosaico musicale inserito in questo spettacolo totale (mai banale) che ha fuso canzoni, danza, teatro, performance e impegno è composto da tessere preziose che arrivano, per quanto riguarda il capitolo Talkin heads», dal già citato «Remain in light» (tre bombe, oltre a «Once una lifetime» anche «Born under punches» e, sul finale, «The great curve»), da «Fear of music» («I Zimbra» è il terzo pezzo), «Speaking in Tongues» («Slippery people», «This must be the place» e «Burning down the house» che ha infiammato l’Arena), «Naked» («Blind») e altre ancora. 
Nella serata c’è anche molto di «American utopia»: oltre alla «Here» in apertura «Everybody’s coming to my house», «Bullet» (uno dei vertici del concerto con il piccolo lampione a illuminare il volto di Byrne che racconta il punto di vista di un proiettile che entra nel corpo di una persona), «Every day is a miracle», «Doing the right thing», «Dog’s mind» e «I dance like this» con il suo muro di bassi scagliato addosso al pubblico. All’Arena Byrne ricorda al pubblico americano presente l’importanza di registrarsi per votare (negli Usa è necessario farlo) e a tutti di esercitare questo diritto sempre e comunque, «anche nelle elezioni più piccole». 
Tutt’altro che banale e scontato anche il gran finale: con quel nome, quella storia e quella carriera alle spalle, l’ex leader delle «Teste parlanti» avrebbe potuto attingere al materiale della band per far ancora più felice il pubblico, e invece sceglie «Hell You Talmbout», che significa «di che diavolo state parlando?»; il pezzo (anche qui le percussioni la fanno da padrone) è una cover di un pezzo di Janelle Monae del 2015 il cui testo è composto semplicemente dai nomi di alcuni afroamericani uccisi dalla polizia americana oppure durante episodi di violenza razziale. È stata la notte di un gigante.