L'Umbria Jazz Orchestra, intervista a Manuele Morbidini

L’Orchestra da camera di Perugia e l’Umbria Jazz Orchestra rappresentano ormai da tempo due elementi importanti per l’architettura del festival. Solo per parlare degli ultimi anni, sono state al centro di importanti produzioni di Umbria jazz, come nel 2017 quando hanno accompagnato il quartetto di Wayne Shorter; domenica, poi, sarà l’UJ Orchestra la protagonista del concerto finale insieme a Gregory Porter, con il quale i musicisti stanno lavorando per presentare il progetto dedicato a Nat King Cole con gli arrangiamenti di Vince Mendoza, che dirigerà la formazione. In entrambi i concerti, con i fiati della UJ Orchestra ci saranno gli archi dell’Orchestra da Camera. Questi ultimi sono, tra l’altro, alcuni dei protagonisti di «Altissima luce», il progetto sulle musiche del Laudario di Cortona suonato per la prima volta a Umbria Jazz nel 2015 con Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura; un progetto diventato ora un cd allegato al numero di luglio di Amadeus, la più importante rivista italiana dedicata alla classica. Di tutto ciò parla Manuele Morbidini, sassofonista membro dell’UJ Orchestra. 


Com’è stato lavorare con una leggenda della musica come Quincy Jones?
«Quincy Jones è una di quelle personalità che, in un modo o nell’altro, riescono a imprimere un carattere di eccezionalità a tutto ciò che fanno. Lavorare con lui è stato una sorta di festoso tour de force: un concerto molto complesso sia dal punto di vista organizzativo che musicale, ma che fin da subito tutti hanno affrontato con grande concentrazione e con un particolare entusiasmo. Per noi è stata davvero una sfida: si è trattato di suonare musica estremamente eterogenea (black music pressoché in ogni possibile declinazione, Count Basie e Michael Jackson, il Brasile e Cuba), ma di cui era necessario restituire l’unitarietà di fondo. Tutt’altro che scontato, ma speriamo di esserci riusciti».


Negli ultimi anni l’Orchestra sta assumendo un ruolo sempre più rilevante, soprattutto in rapporto con il festival. Cosa ne pensi di questa crescente centralità?
«Se mi è concessa un po’ di autocelebrazione, direi che è anzitutto il riconoscimento della qualità del lavoro che abbiamo fatto negli anni. Ma ciò che più importa è che l’orchestra sta diventando uno strumento privilegiato attraverso cui realizzare produzioni originali. Per Umbria Jazz si tratta di un passaggio importante: la vitalità di un festival non si misura soltanto da quanto riesce a “fotografare" la scena musicale attuale, ma anche e soprattutto da quanto riesce a condizionarla, contribuendo a far nascere musica nuova. In questo senso l’investimento nell’Orchestra è prezioso e testimonia dell’ottima salute del festival, di una capacità di guardare al futuro che è sempre più raro trovare».


Porter ha dedicato un bel disco alla musica di Nat King Cole. Cosa puoi dirci di questo nuovo lavoro e in particolare degli arrangiamenti pensati per l’occasione?
«Le prove iniziano domani. Si tratta di un concerto a cui teniamo particolarmente: suoneremo la musica del disco di Gregory Porter, canzoni celeberrime e di grande intensità emotiva, ma non c’è traccia di manierismo: un saggio di eleganza ed intelligenza musicale. E le orchestrazioni di Vince Mendoza sono davvero di straordinaria bellezza. Varrà la pena esserci».